mercoledì 14 febbraio 2018

Lo stato indegno

10 Carabinieri costretti a scappare contro 400 schifosi delinquenti. L’immagine della fine di uno Stato indegno di Emanuele Ricucci

Perdonate lo sfogo. Che grande schifo. Ricorderemo questo 10 febbraio come un chiodo arrugginito che va a chiudere la bara d’Italia. Il mio Paese mi fa male.

Da Pastrengo, a Macerata. Dalla carica a cavallo, ai dieci Carabinieri contro i 400 delinquenti. E qui, in questa assurda favoletta nel quinto anno dell’Era della tolleranza, in questa immagine, prima di tutto, prima di ogni rinnovata considerazione sui centri sociali, sull’antifascismo militante, ormai assurto al livello superiore di montagna di merda, sul silenzio contraddittorio della sinistra che blatera di moralità a targhe alterne, sul PD che ha creato ad arte uno scenario di contrapposizione civile surreale, confermato dal suo non esprimersi, rispolverando i fantasmi del passato per distrarre dal presente, divide et impera, su una frantumazione di un popolo adolescente, mai stato veramente tale, prima di ogni altra analisi, in questa immagine sta la fine epica, etica ed estetica dello Stato.

In quei 10 Carabinieri costretti a scappare di fronte a 400 bimbi viziati, figli di babbo, delinquenti. Scarto ed insulto di una generazione che farà fallire la continuità della gente d’Italia. Già indebolita dalla propria cocente mediocrità di provincia. Truccata male, vestita peggio, mai nata, mai risorta. Abortita alla messa la domenica. Tra una preghiera, un gossip, due bei baffi neri, un pregiudizio sul vicino, un compito da fare per pulirsi la coscienza di bravo cittadino e un piatto di spaghetti all’acido.

E allora viene da chiedersi, senza mezzi termini: lo Stato, cazzo, dov’è?

Autorizzare un corteo zeppo di rancore gratuito, ben noto, di clandestini e di “bandiere” dell’Anpi, in un giorno di memoria nazionale, istituito per Legge, nel Giorno del Ricordo, in una città ancora in lacrime, in cui una ragazza è stata ammazzata e fatta a pezzi da un clandestino. Una manifestazione per la tolleranza che canta contro i morti infoibati dei cori da stadio. A strafottersene di quanto buia e profonda sia la foiba della coscienza.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando i propri figli si dividono il quartiere in una misera guerra tra poveracci. Corvi che beccano i resti. E su qualche brandello si ammazzano. In nome di un problema inesistente: il fascismo. Il fascismo. Il fascismo. Vomito.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Lo Stato che non è più padre, non è più confine. Né fine. Se non servitù della sovranazionalità. Non è garante, ne equilibrio delle forze sociali. Non è primus inter pares. È una paresi. E una parentesi, assieme.

Lo Stato, cazzo, dov’era?

Quando ha lasciato dieci Carabinieri a prendere le botte, senza neanche qualche lacrimogeno. Così da poter disperdere quella mandria di maiali. Che per tutta risposta si avventano su uno di loro, che cade, e lo pestano tutti insieme. Niente lacrimogeni, in sotto numero. Ma perché?

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando si tratta di applicare la legge. E di pensarne una nuova, se necessario, per garantire la serenità dei cittadini e la dignità della propria stessa essenza. Come la Legge Cossiga, come la Legge Reale. Dov’è l’inasprimento delle pene per la sovversione, per il vandalismo e la violenza politica di grave entità? Dov’è il suo pugno duro? Dove sono le sue palle di marmo? Dove sono i provvedimenti contro le scorribande dell’estrema sinistra, contro i centri sociali? Leggi “speciali” impossibili da realizzare nell’epoca che vuole discolparsi da tutto, evitando, per incompetenza e vigliaccheria, di assumersi responsabilità. E allora come può essere Stato?

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando si tratta di bilanciare i significati, di prendere per mano la propria gente e condurla nella lucidità del confronto democratico. Dove? Quando si tratta di garantire un pareggio nella battaglia semantica che si sta combattendo. Secondo cui, se manifesti contro le discriminazioni, non vai insultando i morti. Se manifesti per la pace, e contro il fascismo, non vai a tirare mazzate ai Carabinieri. Se vai a manifestare per l’evoluzione di modernità di un Paese, per il progresso, non vai a ripescare i fascisti con tutti i treni in orario, i balilla e l’obelisco del Foro Italico. E se ti senti di sinistra, e sai che gli italiani in condizione di povertà che piangono di nascosto dai figli sono milioni, non ti senti anche un po’ stronzo a pensare che il tuo unico obiettivo è prendertela con chi gli porta la spesa in periferia, perché non ti frega dei poveri, ma della visibilità elettorale che ha il tuo avversario?

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Non si sentono parlare i suoi rappresentanti. Che, già lo so, oggi tireranno fuori la criptica critichetta della domenica, in cui si capisce fin troppo bene da che parte stanno, come a farci un’elemosina di Stato, appunto. Ed oggi, oh disgrazia, sarà il più scolorito Presidente della Repubblica della storia recente a doversi spacchettare dal ghiaccio dei silenzi in cui si mantiene in vita, a riaccendersi di colore, dal grigio che lo perseguita, evocando, magari, calma, tranquillità, democrazia; di dare sempre la precedenza, di ringraziare e di salutare quando si esce dalla salumeria. All’indomani di una giornata VERGOGNOSA per la decenza di ogni cittadino onesto e rispettabile. Sempre che non tiri in ballo il fascismo.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Dov’è Minniti? O nel girone dei mandanti morali? E chi sono a questo giro i mandanti morali, eh Boldrini, Saviano et similia?

Lo Stato cazzo dov’era?

Quando moriva Pamela, quando avviene la grande mistificazione, che riesce a trasformare un prodotto della sua superficialità, nell’esatto opposto, ovvero in un’azione da ricondurre specificamente alla bontà della visione antifascista? Da Oseghale a Traini, il passo è breve e, anche qui, surreale. Ma non c’è equilibrio, subito la condanna: Oseghale pagherà, ma Traini è il vero cancro di questo tempo. Un tempo che è…Stato.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando deve specificare la propria posizione, e prendere le distanze, in nome dei valori dell’antifascismo, di cui si riempie tanto la bocca, tramite i suoi figuri. A sentirlo, l’antifascismo è il più alto e moderno valore repubblicano. Eppure, nello stesso calderone c’è lo Stato, e le teste di cavolo manesche dei centri sociali; ci sono i bambini portati in gita da piccoli a osannare la prima copia della Costituzione, e c’è chi si rifiuta di mettere a disposizione un sala comunale ad un movimento, come Casa Pound, ad esempio, che, democraticamente l’ha richiesta, ha più di cento sedi in Italia, ha raccolto ben più firme di quelle necessarie per la candidatura, e sarà presente e “votabile”, quindi, in tutti i collegi del Paese? Un movimento perfettamente riconosciuto dalla democrazia, dotato di uno specifico programma complesso e dettagliato, di un’alternativa, quindi non di una cartelletto elettorale senz’arte, né parte, né significato

Lo Stato cazzo dov’è?

Quando si tratterà di tirare la linea del rigore, di richiamare tutti all’attenzione, all’ordine, impedendo, come possibile, che si minimizzi ciò che è accaduto oggi tra Piacenza e Macerata. L’anarchia più perfida, più infima, sporca, viscida, come quella pelle butterata, quei capelli arruffati, quell’eskimo sporco di chi oggi ha sputato sui morti, cantando “com’è bello far le foibe da Trieste in giù“, e rendendo noto a tutti che non esistono morti di serie A e di serie B, ma direttamente che del Giorno del Ricordo, in questo Paese, non frega quasi un cazzo a nessuno. Percepito com’è, lontano nella storia, lontano negli eventi, a causa di una corruzione ideologica, dell’impronta che l’egemonia culturale imperante gli ha attribuito, legandolo, in una perfetta operazione psicosociale, tipica delle sinistre, anche solo nell’evocazione, alla destra estrema, nazionalista, possibilmente fascista, e quindi di conseguenza, all’immagine del razzismo, della fazione, dell’intolleranza verso il resto, insomma, ad una questione “di parte”

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Lo Stato chi è? È Stato perché?

Questo Stato non c’è. Questo Stato puzza di morto, è un’offesa, è un cavillo, è un pezzo di colla di trattati internazionali, è una vena sottopelle fina, invisibile, che non dà più sangue. Si tiene in piedi a forza, è una convenzione, un’abitudine. Questo Stato è maleducato, incapace di formare, di essere esempio, di assumersi delle responsabilità. Di permanere, di rimanere, di ricordare.

E alla fine di tutto questo, dove finisce lo Stato, in Italia, inizia la società (in)civile. E proprio in questo settore, qualcuno ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta a deviare l’attenzione, a prosciugare quel ruscello fino e quasi rinsecchito di attenzione che il Giorno del Ricordo ha in questo Paese. In un esperimento psicosociale tristissimo, quasi assimilabile a quello dei cani di Pavlov, che appena sentivano il campanello, correvano a sbavare. Per riflesso condizionato.

Come quei cani, tanti italiani. Che nella pigrizia di sviluppare un proprio pensiero critico, assoceranno il Giorno del Ricordo ai fascisti rancorosi, a qualcosa di destra, banalmente e brutalmente inteso, dimenticando, per l’appunto, che settanta anni fa si trattava di italiani, di connazionali, di fratelli, e non di fascisti.

Ma alla fine di una giornata così vergognosamente amara, viene da chiedersi, più e più volte, con le vene del collo gonfie di sangue che è benzina, aspra e bruciante: lo Stato dov’era?

E a tutti quei connazionali guardano in silenzio da dietro le tapparelle, ricordo solo che gli italiani di oggi, senza quelli di ieri, della Pietas, della Misericordia e del rispetto, della ferrea moralità romana, finanche cattolica, sono solo una vaga e stereotipata espressione geografica, sono solo dei portatori sani di baffi neri, pizza e mandolino. Inutili alla storia.

“Il mio Paese mi fa male in questi empi anni,
per i giuramenti non mantenuti,
per il suo abbandono e per il destino,
e per il grave fardello che grava i suoi passi”


(Robert Brasillach, poeta)

lunedì 12 febbraio 2018

La manifestazione antifascista

Ricordiamo che i cittadini di Macerata, NON hanno aderito in alcun modo alla pagliacciata di sabato. La pagliacciata era organizzata da Potere al popolo, ovviamente, hanno aderito i centri sociali, il "movimento" di Bonino e Liberi e uguali (ricordatelo il 4 marzo). In prima fila c'erano Vauro (che si fa pagare 1000 euro a vignetta), Kyenge (che per quanto siamo razzisti, le abbiamo dato un ministero e un posto in parlamento ue) e Pietro Grasso. Alcuni gruppi, hanno cantato in favore delle foibe e inneggiato a Nassirya. Posto solo una immagine significativa che parla da se.


Ah, poi, il direttore del settimanale Grazia, si permette di scrivere un articolo contro l'immigrazione incontrollata e, la solita Lucarelli la sputtana pubblicamente sul suo facebook. Perchè chi la pensa diversamente, non è più tollerato. E blaterano di ritorno al fascismo...

giovedì 8 febbraio 2018

Selvaggia Lucarelli e il crimine di Pamela

... e fu così che per la giornalista d'inchiesta e detective Lucarelli, lo squartatore-pusher nigeriano passò in terzo piano dopo i fatti di Luca Traini. Finirà negli annali archiviato sul "come difendere l'indifendibile ". E magari, potrebbe pure prendersela coi cattivi bianchi del sert che l'hanno lasciata andare... Il suo articolo sul fatto:

C’è una figura, nella brutta storia della morte di Pamela morta a 18 anni per ragioni poco chiare e “vendicata” dal fascistoide Luca Traini a colpi di pistola scaricati contro i “negri cattivi”, su cui tutti si sono soffermati poco. La figura di un uomo bianco di mezza età, un meccanico, un maceratese come tanti, di quelli con una vita normale, nessun tatuaggio nazista sulla fronte, nessun precedente inquietante. Uno con un’utilitaria bianca e abitudini banali. Uno a cui nessuno ha sparato, che nessuno ha insultato su facebook, perché sono i negri quelli cattivi. Sui giornali, ieri, veniva descritto come un uomo con un peso sul cuore, uno che non si dà pace. Perché lui, il bianco buono, la sera in cui Pamela è scappata dalla comunità per tornare a bucarsi dopo tre mesi, è l’ultimo bianco buono ad averla vista viva. E anche l’ultimo che avrebbe potuto darle una mano, solo che l’ha scaricata alla stazione e dopo un po’ Pamela era a pezzi in una valigia. Non si dà pace, il pover’uomo. Pensa a lei. “E’ tutto così atroce, dice.”.
 
Il procuratore capo di Macerata aveva pure provato a coprirlo, a raccontare una storia diversa, perché non sia mai che l’uomo bianco non ne esca come la parte buona della vicenda o, al massimo, come il vendicatore pazzo che però in fondo in fondo ha sparato perché voleva vendicare una ragazzina di 18 anni, mica perché era un fascistoide. Forse però è il caso di riavvolgere il nastro.  Di pensare un attimo al cuore buono di questo concittadino che il 29 gennaio era sulla strada per Corridonia per andare a trovare la sorella che abita lì. Succede che mentre è in auto intravede sul ciglio della strada la sagoma di Pamela. La ragazzina cammina da sola trascinandosi dietro il trolley con le sue poche cose portate via di fretta dalla comunità. Lui accosta e la carica sulla sua utilitaria. Del resto, se un uomo buono bianco vede una ragazzina per strada in difficoltà, le dà una mano. La ragazzina ha 18 anni. E’ bella e anche molto fragile, scopre lui. E’ in fuga da chi voleva salvarla dalla droga e ha un desiderio disperato di tornare a bucarsi. Per fortuna non ha i soldi per farlo. Per fortuna è sulla macchina dell’uomo bianco che può riconsegnarla alla madre o alla comunità o farle una lavata di testa o dirle che la droga fa male e insomma, quelle cose che un uomo di mezza età prova a dire a una ragazzina che si sta autodistruggendo.

E invece qui la storia fa una bella virata e diventa altro. Quello che i giornali non dicono con brutalità, che non dicono a caratteri cubitali e non lo dicono nel momento storico in cui un tentativo di bacio diventa abuso fisico e psicologico oltre che una buona ragione per gogne pubbliche e licenziamenti. Diventa una storia in cui l’uomo buono bianco decide che se la ragazzina fragile vuole i 50 euro per una dose da spararsi in vena, deve fare una cosa semplice: farsi scopare. Inutile edulcorare. Lo ripeto perché voglio che entri bene in testa a chi legge: farsi scopare. Tanto è debole, è disperata, è abbrutita dalla voglia di drogarsi. E’ sola. La ragazzina, figuriamoci, accetta. Se a 18 anni non hai paura di un ago che si conficca nelle vene, figuriamoci di un estraneo che ti entra dentro. Così lui la porta in un garage. Dentro al garage c’è un materasso squallido su cui poterla usare per quella mezz’ora di sesso al misero prezzo di una dose. Un affare, tutto sommato, per una diciottenne così bella. Finito tutto, la ricarica in macchina, il gentiluomo bianco, e la porta dove lei voleva. In stazione, dai pusher di fiducia. Quelli negri, quelli cattivi. Mica come lui che non vende droga, ma al massimo, in cambio di sesso, ti dà i soldi per comprartela.

La fine di Pamela (sebbene le cause della morte non siano ancora accertate) e quello che la sua morte si è portata dietro, tra sparatorie folli e dibattiti deliranti, è cosa nota. “Credete forse che non pensi a Pamela? Non bestemmiate, per favore.”, dice ora l’uomo bianco inseguito dai cronisti. Già. Come se il problema, qui, fosse solo il tragico epilogo. Come se oggi, una Pamela ancora viva, ai giardinetti, fosse mai potuta essere la sua assoluzione. Fai bene a non trovare pace, uomo bianco. Perché non hai avuto pietà e umanità. Perché ti sei approfittato della miseria, dell’abisso, della giovinezza. E mentre nell’epoca dei processi sommari agli uomini sul patibolo ci finiscono i nomi noti che piacciono ai giornali, quelli che “è abuso psicologico perché lui è il regista e lei l’aspirante attrice”, tu rischi pure di sfangartela. Su di te, leggo articoli tutto sommato edulcorati. Invece no, non devi passarla liscia. Potevi fare molte cose quel pomeriggio e hai fatto la più schifosa. Hai abusato di una ragazzina drogata marcia, l’hai consegnata a chi le vendeva morte e ora piagnucoli perché tu ci pensi a lei, poverina, come facciamo a insinuare il contrario? Sì, io insinuo il contrario. Potevi pensarci quel pomeriggio, a Pamela. Potevi darle un passaggio e illuderla, per una manciata di minuti, che la vita, anche quando l’effetto dell’eroina svanisce, fosse il sorriso gentile di uno sconosciuto. Sarebbe morta lo stesso, forse, ma senza l’odore della miseria umana, del maschio rapace appiccicato addosso.

La sibilla cumana e la demenza

Il moderatore di coffee break, riguardo l'immigrazione, ci fa sapere che ieri, Minniti ha detto che ha fermato gli sbarchi perché aveva previsto un caso "Traini"...

martedì 6 febbraio 2018

Razzisti

E di colpo, si cancellano tutti i crimini degli immigrati ai danni degli italiani. L'aria che tira apre con Myrta Merlino che elenca i "crimini" degli italiani ai danni degli immigrati. E continua a parlare di razzismo strisciante. Siamo così razzisti noi italiani che ne ammazziamo un migliaio al giorno. Siamo così razzisti che nelle liste degli asili nido e delle case popolari, siamo negli ultimi posti. Siamo così razzisti che togliamo persino i nostri simboli dalle scuole e cancelliamo festicciole per bambini. Siamo così razzisti che ne accogliamo più di quanti dovrebbero stare su suolo italiano. Siamo così razzisti che gli facciamo ricreare nuove mafie, che li facciamo spacciare, vendere merci contraffatte e fare i propri comodi. Innocent Osenghale, sarà accusato di occultamento e vilipendio di cadavere perché Pamela potrebbe essere morta in altro modo. Rendiamoci conto di quanto siamo razzisti, così tanto razzisti che un delitto simile, verrà trattato in tutt'altra maniera.

lunedì 5 febbraio 2018

Ci mancava la Kyenge

Nel post, non c'è alcuna parola di condanna del nigeriano che ha fatto a pezzi Pamela, infilandola nelle valigie e buttandola sul ciglio della strada. Nessun accenno al mestiere di spacciatore e nemmeno sul fatto che è clandestino e pregiudicato MA, Pamela, a suo avviso, era disadattata e di conseguenza... Daltronde, siamo così razzisti noi italiani che le abbiamo regalato generosamente un ministero e un posto da eurodeputata, inoltre, siamo così razzisti e dittatoriali che ancora le facciamo seminare odio contro noi stessi. Dal facebook della signora congolese:

Abbasso il razzismo!
Da Macerata ci arrivano brutte notizie. Quella dell’uccisione di Pamela Mastropietro, trovata mutilata e occultata nei trolley da Innocent Oseghale. Una situazione raccapricciante, che purtroppo ha portato al superamento della linea rossa, ed alla riscoperta dell’orrore di cui l’essere umano è capace nei confronti dell’altro. Poi, sempre da Macerata è giunta un’altra notizia, altrettanto grave. Quella di Luca Traini che, munito di una pistola, è andato in giro in macchina a sparare sui passanti, sconosciuti e innocenti. La sua dichiarazione riportata dai giornali fa rabbrividire: “volevo colpire i neri”, indistintamente. Ora, a parte la profonda tristezza che i due eventi suscitano in noi, abbiamo l’obbligo di fermarci un attimo e di riflettere su alcuni punti fondamentali della civiltà democratica dei nostri tempi. Dobbiamo riaffermare il principio secondo il quale ogni singola persona, in quanto essere umano libero, è responsabile delle proprie azioni. Questa è una delle più grandi conquiste dei nostri tempi e dobbiamo esigere che la giustizia, garantita dallo Stato, punisca severamente i criminali, sulla base delle loro azioni accertate a livello individuale. Dalle varie testimonianze sui casi di Macerata, emerge che Pamela era purtroppo una ragazza in lotta con la tossico-dipendenza. Trattasi di una situazione di disagio sociale che in qualche modo si rispecchia anche nella vita del suo assassino, così come anche la vita di Luca pare pervasa da un disagio familiare di principio.  È un fatto questo inquietante, perché i protagonisti di questi delitti sono tutti giovanissimi e vittime di tanta marginalità, di tanto disagio sociale ancor prima che personale. La politica rifletta su queste questioni, che richiedono una soluzione radicale, se non vogliamo vedere il paese precipitare verso la violenza generalizzata; verso l’anarchia delle spedizioni punitive. Inoltre, riprendo la dichiarazione di Luca Traini per cercare di evidenziare un fatto. Se questo ragazzo è andato in giro con l’intenzione di “colpire i neri”, diventa evidente che la sua azione ci deve far balzare dalla sedia. I 6 malcapitati contro cui Luca ha sparato, non solo non hanno nessuna responsabilità, ma neanche sapevano per quale motivo Luca gli stava sparando contro. Cioè, nel nostro moderno mondo delle libertà e della responsabilità personale, trova ancora posto la percezione di una responsabilità razziale. Quasi non sappiamo neanche come si chiamano le persone contro cui ha sparato Luca. Loro sono anonimi, sono degli stranieri. Il rigurgito dell’oscurantismo improvvisamente riemerge e ci sorprende. 6 persone si sono trovate bersaglio di pallottole, in rappresentanza di terzi. A nome di qualcun altro, loro sono stati colpiti, per il semplice motivo che hanno la pelle ugualmente nera. Con questo modo di pensare e di agire nei confronti degli altri, è chiaro che si supera un’altra linea rossa. Si entra cioè nel terrorismo razziale.  Infatti, da ieri, il terrore dei neri italiani è salito vertiginosamente. Sanno di poter essere coinvolti in modo arbitrario e casuale, in qualunque momento e luogo, in atti commessi da altre persone di pelle nera.  Questo è quello che si chiama “razzismo” perché è la negazione della responsabilità individuale delle persone e l’accreditamento di tesi di responsabilità collettive, assumendo come criterio aggregativo il colore della pelle. Di fronte a queste inaccettabili posizioni, la giustizia deve diventare inflessibile. Devono essere severamente puniti coloro che pensano, parlano e agiscono secondo questo principio. Purtroppo, in Italia corrono liberi persino alcuni partiti politici che aspirano al Governo del paese e che, continuamente, elaborano e propongono tesi politiche razziste. Si ritengano responsabili del razzismo dilagante perché offrono un quadro di legittimazione a ragazzi fragili e disagiati, i quali finiscono per compiere gesti dalle conseguenze terribili.
La più grande tristezza è vedere che questi movimenti politici continuano ad operare indisturbati, senza che nessuno si impegni mai a fermarli ed a sanzionarli.
Abbasso il razzismo!

Sulla sparatoria di Macerata (2)

Continuiamo con la narrazione dell' "attacco terroristico a sfondo razziale" di Macerata e cancelliamo la gravità del sezionamento di Pamela e dell'immigrazione incontrollata che crea scontri sociali. Di seguito, copio e incollo un post scritto ieri da Nicolai Lilin:

Oggi, riguardo alla triste vicenda di Macerata, la signora Boldrini ha dichiarato: "Quanto accaduto oggi a Macerata dimostra che incitare all'odio e sdoganare il fascismo, come fa Salvini, ha delle conseguenze: può provocare azioni violente e trasforma le nostre città in un far west seminando panico tra i cittadini. Basta odio, Salvini chieda scusa per tutto quello che sta accadendo". Anche Pietro Grasso, leader dei Liberi e Uguali, non ha potuto trattenersi dalla dichiarazione contro l’estremismo di destra: "Chi - come Salvini - strumentalizza fatti di cronaca e tragedie per scopi elettorali è tra i responsabili di questa spirale di odio e di violenza che dobbiamo fermare al più presto. Odio e violenza che oggi hanno rischiato di trasformarsi in una strage razziale. Il nostro paese ha già conosciuto il fascismo e le sue leggi razziali. Non possiamo più voltarci dall’altra parte, non possiamo più minimizzare". Belle parole, giuste. Peccato che le dichiarazioni della signora Boldrini e del signor Grasso suonano come ipocrisie autentiche, visto che entrambi apertamente sostengono i nazisti ucraini che ogni giorno massacrano la gente innocente del Donbass. È frustrante vedere come le figure politiche di calibro della Boldrini e del Grasso sfruttano per scopo elettorale le retoriche care alla sinistra qui in Italia, mentre in Ucraina apertamente sostengono il nazismo. Tra l’altro, Luca Traini, attualmente sotto i riflettori della stampa come responsabile della sparatoria, ha un curioso tatuaggio sulla tempia, il simbolo che rappresenta la runa “wolfangel”, la stessa che decorava la bandiera della divisione SS “Das Reich” e che attualmente è presente sulle bandiere dei nazisti ucraini, sotto i quali ama farsi fotografare Andri Parubij, leader dei nazisti ucraini e amico della Boldrini e del Grasso, quello che loro hanno ricevuto con tanti onori a Montecitorio, dichiarando di essere in sintonia con lui. Vi ricordo che Parubij e i suoi nazisti sono colpevoli dei numerosi crimini contro la popolazione ucraina, hanno massacrato i manifestanti su piazza Maidan, hanno bruciato vivi più di cento manifestanti della sinistra nella Casa dei Sindacati ad Odessa, hanno sparato contro la manifestazione pacifica a Mariupol provocando decine di vittime. Loro tuttora continuano a massacrare i civili del Donbass, con tacito consenso della sinistra italiana, dei partigiani e altre associazioni di sinistra che pendono dalle labbra dei leader corrotti e ipocriti, collusi con il nazismo. Cari amici della sinistra, finché i vostri rappresentanti stringeranno le mani ai nazisti, aiutando loro a massacrare i cittadini innocenti del Donbass, voi non avrete niente di sinistra, sarete semplicemente utili idioti annegati nella vostra presunzione ed ignoranza.

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Non si regala l'italia alle mafie d'importazione; la mafia cinese, quella albanese, quella rumena e ancora, la mafia nigeriana per ottenere 80 euro da regalare a pochi italiani. Fonzarelli non ha fatto tante considerazioni, una considerazione che doveva fare e che deve fare qualunque governo è che, per buonsenso, non si può raccogliere tutti e portarceli in casa, tantomeno, non si possono tenere in casa i clandestini e i delinquenti perchè, non tutti scappano da guerre e fame, molti scappano dai propri reati gravi commessi nelle loro terre d'origine e molti altri, sono carcerati graziati dalle amnistie date nel corso degli anni. Qui invece, la ricostruzione della sparatoria fatta da imolaoggi e infine, riporto una considerazione che andrebbe presa sul serio: "Lungi da noi l’idea di fare i complottisti! Semplicemente esercitiamo il sacrosanto diritto di avere dei dubbi,  osservando le immagini e i fatti, inseriti nel contesto in cui avvengono. Per questa ragione, non possiamo fare a meno di chiederci: “cui prodest?”, dal momento che i soliti media stanno condizionando le persone piu’ influenzabili scrivendo che a casa di Luca Traini hanno trovato una copia del Mein Kampf. Ne approfittiamo per ricordare che, nella lussuosa mansarda da 700 euro al mese del pregiudicato nigeriano, non sono stati trovati libri, ma mannaie insanguinate e pezzi di carne della povera Pamela."

sabato 3 febbraio 2018

Sulla sparatoria di Macerata

Minniti arriverà questo pomeriggio a Macerata per un comitato di sicurezza urgente. Nel frattempo, Macerata ha riabilitato la comunità immigrata con una sparatoria alquanto particolare. Minniti non è andato a Macerata qualche giorno fa dopo il ritrovamento del corpo dissezionato di Pamela. Non c'era bisogno di lui in quel momento. Ora si invece. Nel frattempo, il presunto sezionatore si dice confuso e non lucido e sta tentando di dare la colpa ad altri. Però, a casa sua sono stati rinvenuti abiti di Pamela, machete, coltelli e candeggina. Nessuno ha parlato, anzi, per certi versi, c'è chi ha negato l'evidenza che questo criminale, in italia non ci sarebbe dovuto stare da almeno un anno. Ora, parlano tutti di quel ragazzo italiano che ha sparato, appelli strappalacrime dalla politica italica e locale. Nessuno si chiede perchè mai lo abbia fatto. Si continua a negare l'evidenza. Ma è evidente che ormai anche Macerata sia una succursale africana. E in ultimo, l'accorato appello del sindaco, ovviamente a favore della comunità extracomunitaria, fa salire la nausea. Non l'avevo sentito parlare in solidarietà dei familiari di Pamela. Infondo, è stato lui che ha accolto fratello Innocence.

Sul braccialetto elettronico di Amazon

Tutti indignati per il braccialetto elettronico di Amazon. Indignati i sindacati, indignato pure quella faccia sveglia di Gentiloni. Ieri mattina, la signora Simoni (ex renziana della prima ora, adesso passata a LEU), ospite a la 7, ha detto che Amazon non fa altro che seguire la legge del Jobs act e il jobs act introduce i braccialetti elettronici. Gentiloni non poteva non sapere invece che scagliarsi contro Amazon. Il suo stesso partito ha dato il via libera al braccialetto elettronico e ad altre forme di controllo dei lavoratori.


“Con la vecchia formulazione dello Statuto dei lavoratori una cosa del genere sarebbe stata fuori discussione. Il Jobs Act, con un intervento mirato, ha depotenziato le tutele e spianato la strada a questi comportamenti da anni bui“.
Vincenzo Martino, vicepresidente degli Avvocati giuslavoristi italiani, non ha dubbi. La politica litiga sull’ipotesi che Amazon possa utilizzare nei magazzini italiani il braccialetto elettronico brevettato per guidare i dipendenti nella ricerca dei prodotti sugli scaffali. Consentendo al tempo stesso alla multinazionale di monitorare ogni loro movimento. Il ministro dello sviluppo Carlo Calenda giura che in Italia i braccialetti elettronici al polso dei lavoratori “non ci saranno mai”, mentre il candidato premier M5S Luigi Di Maio attacca: “Se in Italia si possono mettere dispositivi sui lavoratori per controllarli è grazie al Jobs act”, che permette a aziende anche partecipate dallo Stato di mettere chip nelle scarpe dei lavoratori”. Chi ha ragione? Per gli esperti del diritto del lavoro una cosa è certa: le modifiche apportate dal governo Renzi allo Statuto dei lavoratori hanno ridotto le garanzie che limitavano la facoltà di controllare a distanza i dipendenti. “Già ora lo fanno attraverso gli strumenti aziendali come computer, tablet e cellulari”, taglia corto Aldo Bottini, giuslavorista partner dello studio Toffoletto De Luca Tamajo. “Con il braccialetto cambia poco”.

Per capire come mai il braccialetto a ultrasuoni non sia più una suggestione da futuro distopico ma una prospettiva concreta occorre fare un salto indietro di tre anni. Al giugno 2015, quando è stato varato il decreto attuativo del Jobs Act relativo alla “revisione della normativa dei controlli a distanza del lavoratore”. Fino a quel momento qualsiasi apparecchiatura da cui derivasse anche una possibilità di controllo a distanza poteva essere installata solo dopo un accordo con i sindacati o, in mancanza di intesa, presentando una richiesta all’Ispettorato del lavoro. “Ora invece”, spiega Martino, “se si tratta di uno strumento fornito ai dipendenti per svolgere l’attività lavorativa (come un tablet o un telefono) ma che può anche essere usato per il controllo non servono nemmeno l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’ispettorato”. E il dispositivo appena brevettato da Amazon – al netto dell’effettiva intenzione di usarlo nei suoi magazzini – ricadrebbe in questa categoria: sulla carta è uno strumento di lavoro, proprio come gli scanner utilizzati nel centro di smistamento di Castel San Giovanni.

“Ciò non toglie che si tratti anche di un mezzo per monitorare il lavoratore in una maniera che ne lede la dignità. E le informazioni raccolte, sempre in seguito al Jobs Act, sono utilizzabili a fini disciplinari. Non è innovazione, è ritorno all’Ottocento”, continua il giuslavorista. “Ma oggi solo un giudice può valutare se l’azienda sfrutta in modo pretestuoso quello strumento per mettere in atto un controllo pervasivo”. Ci sono altri presìdi? “Per fortuna c’è la normativa sulla privacy, quella valida per tutti. E’ un paradosso: prima del 2015 lo Statuto dei lavoratori era più avanzato, oggi offre tutele più deboli rispetto a quelle di cui gode la generalità dei cittadini. Questo proprio mentre il precariato sta diventando la regola, per cui i lavoratori sono più esposti”.

Tutto considerato, per il vicepresidente Agi “non ci sono dubbi sul fatto che senza la modifica legislativa fatta con il Jobs Act non si sarebbe nemmeno posto il problema: uno strumento del genere non sarebbe stato ammissibile”. Quindi non è corretto sostenere, come ha fatto il ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti, che “il Jobs Act non autorizza i controlli a distanza”. “Ma siamo in campagna elettorale”, chiosa Martino. Peraltro Poletti proprio venerdì mattina ha incontrato una delegazione di Amazon guidata dal vice president european operations Roy Perticucci e si è limitato a farsi spiegare “le dinamiche, le relazioni interne all’azienda e le specificità dei modelli organizzativi”. Non risulta che abbia chiesto conto dell’intenzione di usare il braccialetto. Unico risultato del vertice è una dichiarazione di “disponibilità a riprendere il confronto con le organizzazioni sindacali a livello territoriale”, con cui l’azienda aveva rotto i rapporti a dicembre interrompendo la trattativa iniziata dopo lo sciopero del Black Friday.

Il sindacato, appunto. In questo quadro ha le armi spuntate. “Se il braccialetto è solo uno strumento di lavoro e serve a migliorare metodi e tempi non c’è problema”, dice Federica Benedetti, segretaria di Piacenza e Parma della Fisascat, il sindacato del commercio della Cisl che rappresenta i dipendenti Amazon a tempo indeterminato. “Ma se diventa strumento di controllo e pressione siamo ovviamente contrari. Detto questo, in realtà cambierebbe solo la tecnologia: già oggi i picker usano uno scanner e se si sloggano per andare in bagno ricevono lettere di contestazione. Di fatto è già un braccialetto elettronico. Come quelli dei detenuti”. “Il braccialetto si mette addosso e quindi può richiamare alla mente i carcerati”, ammette il giuslavorista Bottini. “Ma c’è troppa isteria. Il lavoro è già tracciato e già ora le aziende possono controllare il lavoro attraverso gli strumenti aziendali come computer, tablet e cellulari. Se fosse semplicemente un meccanismo che aiuta i lavoratori a prendere il pacco sullo scaffale giusto già si fa con il tablet. Con il braccialetto cambia poco”. Appunto.

giovedì 1 febbraio 2018

Sul delitto di Pamela Mastropietro

Parliamone. Siamo ancora nella presunzione di innocenza o di colpevolezza, fate voi. Continuano a dire che no, non sono tutti uguali... Ma arrivano tanti, troppi criminali. Le femministe tacciono e tace anche il comitato 5 luglio che tanto tuonò contro Amedeo Mancini.


Nigeriano, 29 anni, con il permesso di soggiorno scaduto. È il profilo di Innocent Oseghale, l'uomo fermato con l'accusa di aver ucciso la 18enne Pamela Mastropietro. Il giovane, con precedenti di polizia per spaccio di stupefacenti, è domiciliato proprio a Macerata, in via Spalato 124, la stessa dove la ragazza è stata vista viva l'ultima volta martedì 30 gennaio.

I carabinieri sono riusciti a risalire al nigeriano anche grazie alle immagini delle telecamere della zona. Dai video si è potuto riscontrare che la 18enne era ancora in vita nelle giornate del 29 e del 30 mattina. Da lì si è ricostruita la sequenza temporale degli spostamenti della giovane, le cui tracce, nella tarda mattinata del 30 gennaio si perdevano in via Spalato, a Macerata.

A incastrare il 29enne, che continua a dirsi innocente, non ci sarebbero solo le immagini delle telecamere, ma anche diverse testimonianze. Dalle indagini dei militari è emerso che il 29enne nigeriano è stato l'ultimo ad avere avuto contatti con la Pamela. Nell'abitazione del ragazzo sono stati trovati "i vestiti della vittima, sporchi di sangue, e altre tracce ematiche, nonché uno scontrino di una farmacia, poco distante da lì dove la vittima aveva precedentemente acquistato una siringa". Secondo i carabinieri "con tutta probabilità, la ragazza sarebbe stata uccisa e sezionata" nella casa del nigeriano.

Censura

Dopo la censura (senza motivazione e nè avviso preventivo) del facebook Sinistra cazzate e libertà, ora diventata SCL, la scure arriva anche (stesso metodo di cui sopra) al facebook di Tommaso Longobardi. Tommaso, ieri sera scriveva: "Da circa un'ora la mia pagina principale (650.000 like) è stata oscurata. Ancora non mi è stata data motivazione della chiusura, solo che "alcuni post non rispettano gli standard di Facebook", senza naturalmente segnalarmi quali siano. Ho potuto fare appello, per il resto non so nulla. Questa è la terza chiusura immotivata della mia pagina. Vi terrò aggiornati su questa pagina di riserva." 

E queste sono solo due le pagine a subire la censura dittatoriale, mi chiedo quante ancora ne verranno chiuse per far tacere chi si oppone ad un simile schifo. Possono chiudere le pagine web ma non possono cancellare le idee... e si chiamano democratici...

lunedì 29 gennaio 2018

Un paio di cose

La Bonino non ha voluto raccogliere le firme e si è aggregata ad un partito cattolico. Giorgio Cremaschi invece, le firme le ha raccolte e gli sono bastate per fondare un partito dal nome "Potere al popolo". Ci si preoccupa del ritorno al fascismo e invece, nei links che posto, c'è un orrore ben peggiore: qui, Tommaso Longobardi ci racconta cosa vorrebbe fare "potere al popolo", qui, il loro manifesto nel dettaglio e qui, domande e risposte di pazzi scatenati. Però, Madonna Boldrini ha la pretesa di non volere Casa Pound in parlamento.

venerdì 26 gennaio 2018

Il regime senza meriti di Mattarella


Gentile e illustre presidente Sergio Mattarella,

abbia comprensione per un povero storico convinto liberale e democratico costretto dagli eventi a intervenire in quella che potrebbe sembrare una difesa del fascismo.

«E allora perché non ti sei dichiarato liberale, democratico e antifascista?», ribatterà qualcuno in vena di polemiche. Perché è inutile e superfluo, rispondo: un liberale e democratico non può essere che antifascista, altrimenti non è né liberale né democratico. Anzi, a ben guardare, anche l'aggettivo «democratico» è superfluo: come ce lo immaginiamo un liberale non democratico?

Per un uomo delle istituzioni è diverso, tanto più se è anche presidente della Repubblica. Come tale lei è tenuto a ricordare che «La Repubblica italiana, nata dalla Resistenza, si è definita e sviluppata in totale contrapposizione al fascismo. La nostra Costituzione ne rappresenta, per i valori che proclama e per gli ordinamenti che disegna, l'antitesi più netta». Così ha infatti detto lei, ieri, non mancando di ricordare gli orrori delle leggi razziali e delle guerre in cui il regime fascista portò il Paese.

Se non che poi lei ha voluto rispondere al sindaco di Amatrice, diventato noto per la disgrazia del terremoto e adesso lanciato in politica. Il sindaco Sergio Pirrozzi aveva detto con la semplicità del discorso da bar - che Mussolini «ha fatto grandi cose nelle politiche sociali». Lei ha risposto che «sorprende sentir dire, ancora oggi da qualche parte, che il fascismo ebbe alcuni meriti ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l'entrata in guerra. Si tratta di un'affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione».

È inaccettabile - caro presidente Mattarella, lei ha ragione - se si intende sostenere che il fascismo fu un grande bene, e peccato per quei due errori. Ma è sbagliato anche sostenere che il fascismo non ebbe alcuni meriti, in mezzo alle odiose volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale. E qui tocca al povero storico l'elenco solito dei discorsi da bar, ma dimostrati da centinaia di studi: la scolarizzazione massiccia, la frenesia di opere pubbliche, la bonifica delle paludi, la lotta alla tubercolosi, l'avvio della previdenza sociale, un rinnovato orgoglio di sentirsi italiani, l'avere portato il popolo a partecipare alla vita sociale, sia pure a proprio vantaggio e con metodi inaccettabili.

Certo, sono attività che qualsiasi governo dovrebbe svolgere, ma è un fatto che i precedenti governi liberali le avevano praticate molto meno, e questo consente ai nostalgici di rivangare come meriti speciali ciò che dovrebbe essere la norma.

In conclusione, caro presidente, non neghiamo quelle verità se vogliamo davvero dimostrare e cito ancora le sue parole che la Repubblica italiana, «forte e radicata nella democrazia, non ha timore nel fare i conti con la storia d'Italia».

Con i più cordiali saluti e i migliori auguri di buon lavoro.

mercoledì 24 gennaio 2018

L'immigrazione di Gentiloni


E’ necessario contribuire alla crescita dell’Africa, un processo che sarà lungo, ma nel frattempo passare da un sistema di flussi migratori irregolari e in mano alla criminalità a un sistema regolare e sicuro. Lo ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, intervenendo al World economic Forum di Davos alla sessione dedicata alla stabilizzazione del Mediterraneo.

“Quello che dobbiamo fare è chiaro – ha spiegato – dobbiamo contribuire alla crescita dell’Africa. Ma quanto ci vorrà per cambiare le condizioni economiche in Africa per ridurre questo fenomeno? Abbiamo bisogno di un lungo tempo e saremo impegnati con le migrazioni per i prossimi 10 o 20 anni”.

Nel frattempo, ha aggiunto, c’è “un problema da affrontare: trasferire il flusso dei migranti da irregolare e criminale a un flusso regolare e sicuro. E’ possibile? Sì, è assolutamente possibile”. Per far questo occorre “distruggere la rete dei criminali”, supportare i Paesi africani a “controllare i propri territori” e “gradualmente” creare un sistema di “corridoi umanitari” e “quote” di immigrazione.


giovedì 18 gennaio 2018

Gli italiani non lo meritano

E fortunatamente in italia c'è lei a spiegarci la satira imbecille dei radical chic nostrani. Claretta Petacci o Giorgia Meloni, in ogni caso è una brutta satira. Chissà che sarebbe successo se avesse fatto satira su una qualche figura femminile di sinistra, chissà cosa avrebbero detto in sua difesa. Però, non ci meritiamo Gene Gnocchi e la sua bruttissima satira.

Gene Gnocchi e Claretta Petacci: perle (dell’ironia) ai porci. La satira va per eccessi, iperboli, paradossi e mastica, rimastica e sputa tutte le figure retoriche che vuole e che probabilmente voi che vi siete incarogniti dandogli del cretino, non sapete manco che siano. di Selvaggia Lucarelli

Gene Gnocchi è un intellettuale. Uno scrittore. Un uomo di tv. Ed è soprattutto un comico. Il fatto che io abbia premesso il resto non è casuale. Vederlo trattato come un cretino, in questi giorni, per via della battuta su Claretta Petacci e il finto maiale della Meloni, mi fa incazzare come poche cose al mondo. Assistere al linciaggio selvaggio da parte di un’orda di barbari che non conosce, non ha letto, non pratica la satira e pretende di dare lezioni a uno che ha fatto cose meravigliose per decenni, riuscendo sempre a percorrere sentieri poco battuti, a inventare, creare, divertire, stupire, stravolgere con originalità e cultura, è una di quelle faccende per cui mi prende il male di vivere.

Assistere allo sdegno di editorialisti e gente che i mezzi per comprendere la satira li avrebbe pure, mi incupisce ancora di più. La battuta (e dover spiegare la costruzione di una battuta è un’operazione deprimente quanto spiegare una barzelletta o perché uno non ama più un altro o perché la pena di morte fa schifo e tante altre cose che dovrebbero essere chiare e definitive), non era “Claretta Petacci era un maiale”. La battuta era “il maiale era di Giorgia Meloni, le è scappato, è un maiale femmina tra l’altro e l’ha chiamato Claretta Petacci”. Ora. Mi sembra evidente che Gnocchi volesse dire, molto banalmente, che il nome del suo fantomatico e surreale animale domestico potrebbe essere il nome di un personaggio legato alle sue idee politiche di destra. La battuta beffeggiava la Meloni, non la Petacci. E qui apro parentesi.

Sembra una storia comica o inventata per l’occasione, ma io ho avuto un cane che si chiamava Duce. Era tutto nero, mio fratello ha avuto un periodo demenziale-fascista nell’adolescenza e mentre noi altri pensavamo ai soliti Bobby, Nerino e Jack, lui prese a chiamare il nuovo arrivato Duce. Detestavamo tutti quel nome, i miei gli davano dell’ imbecille, ma alla fine vinse lui, perché il cagnolino, ormai, vittima della propaganda fascista del fratello maggiore che lo corrompeva a suon di biscotti e frattaglie, rispondeva solo al nome “Duce”.  Mio fratello derideva il Duce? No, purtroppo. Lo omaggiava.

Gene Gnocchi dava del maiale alla Petacci? No, intendeva dire che la Meloni, in un ipotetico mondo che non esiste ma è una sua costruzione ironica, un suo animale lo chiamerebbe Claretta o Benito o perfino Adolf o Goebbels (benché la Meloni non sia filo-nazista presumo), perché la satira fa questo. Va per eccessi, iperboli, paradossi e mastica, rimastica e sputa tutte le figure retoriche che vuole e che probabilmente voi che vi siete incarogniti dandogli del cretino, non sapete manco che siano. Gene Gnocchi non se lo merita il vostro “imbecille”. I vostri editoriali saccenti. Le lezioncine “I morti si rispettano”. Siete sguaiati. Siete fuori fuoco. E infine, lasciatevelo dire, nei recinti non andrebbero messi i maiali, figuriamoci la satira.